La maschera per il viso imposta dalle autorità politiche italiane contro il Covid-19 è diventata, negli Stati Uniti, molto di più di un presidio medico. È un simbolo di responsabilità civile per Nancy Pelosi, la speaker democratica della Camera dei rappresentanti statunitense, mentre per i repubblicani è il simbolo di uno Stato invadente e irrispettoso delle libertà individuali. Il presidente Donald Trump ha di recente visitato una fabbrica in Arizona e ha rifiutato di indossare una maschera, così come il suo vice Mike Pence non l'ha messa in Minnesota. Un recente sondaggio The Associated Press-Norc Center for Public Affairs Research indica il 76% dei democratici inclini a indossare la maschera quando escono di casa contro il 59% dei repubblicani. Politico argomenta che la maschera è "in linea con chi ha una visione collettivistica del mondo, opposta a chi crede nell'individualismo". La conduttrice televisiva di destra, Laura Ingraham, considera le maschere coem un "tentativo di controllo sociale su larghe fette della popolazione". E' una questione che dovremmo valutare attentamente anche qui in Italia. E' vero che, la mascherina è, in linea generale, uno strumento medico per tutelare la salute. Però, nell'insistenza del governo presieduto da Giuseppe Conte, del PD, del Movimento Cinque Stelle c'è un eccesso di fanatismo. Hanno diviso la popolazione italiana in "bravi" (quelli che indossano sempre e comunque le maschere) e "cattivi" (quelli che non le indossano). Puntando, magari, a porre le basi per instaurare in Italia un sistema illiberale di società e di stato, sul modello di quelli comunisti cinesi. Gli italiani dovrebbero fare capire a questi fanatici della mascherina, scrivendoglielo sui social networks, che, se mettono misure di sicurezza scarsamente rispettose delle libertà individuali e frenanti della ripresa economica (saremmo curiosi di conoscere chi è che andrà in un ristorante per una cena romantica bardato con guanti e mascherina, come in una camera operatoria?), non verranno rivoltati.
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lunedì 18 maggio 2020
No alle mascherine: sono il simbolo del controllo sociale
La maschera per il viso imposta dalle autorità politiche italiane contro il Covid-19 è diventata, negli Stati Uniti, molto di più di un presidio medico. È un simbolo di responsabilità civile per Nancy Pelosi, la speaker democratica della Camera dei rappresentanti statunitense, mentre per i repubblicani è il simbolo di uno Stato invadente e irrispettoso delle libertà individuali. Il presidente Donald Trump ha di recente visitato una fabbrica in Arizona e ha rifiutato di indossare una maschera, così come il suo vice Mike Pence non l'ha messa in Minnesota. Un recente sondaggio The Associated Press-Norc Center for Public Affairs Research indica il 76% dei democratici inclini a indossare la maschera quando escono di casa contro il 59% dei repubblicani. Politico argomenta che la maschera è "in linea con chi ha una visione collettivistica del mondo, opposta a chi crede nell'individualismo". La conduttrice televisiva di destra, Laura Ingraham, considera le maschere coem un "tentativo di controllo sociale su larghe fette della popolazione". E' una questione che dovremmo valutare attentamente anche qui in Italia. E' vero che, la mascherina è, in linea generale, uno strumento medico per tutelare la salute. Però, nell'insistenza del governo presieduto da Giuseppe Conte, del PD, del Movimento Cinque Stelle c'è un eccesso di fanatismo. Hanno diviso la popolazione italiana in "bravi" (quelli che indossano sempre e comunque le maschere) e "cattivi" (quelli che non le indossano). Puntando, magari, a porre le basi per instaurare in Italia un sistema illiberale di società e di stato, sul modello di quelli comunisti cinesi. Gli italiani dovrebbero fare capire a questi fanatici della mascherina, scrivendoglielo sui social networks, che, se mettono misure di sicurezza scarsamente rispettose delle libertà individuali e frenanti della ripresa economica (saremmo curiosi di conoscere chi è che andrà in un ristorante per una cena romantica bardato con guanti e mascherina, come in una camera operatoria?), non verranno rivoltati.
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giovedì 14 maggio 2020
Il Dragone divora i bar e i ristoranti, agevolato dalle misure di sicurezza impossibili
Il commercio cinese prende sempre più piede in Europa, diffondendosi a macchia d’olio e piegando la ristorazione tradizionale: chiudono i bar tradizionali di Venezia. Dopo l'eccessiva chiusura forzata, arrivano delle misure di sicurezza impossibili, approntate dal pomposamente definito "Comitato tecnico - scientifico", dall'Istituto Superiore di Sanità e dall'Inail (Istituto Nazionale per l'Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro), i quali ne capiscono di sanità, però non ne capiscono affatto di economia e di mercato. Però, la colpa non è di queste istituzioni; che, effettivamente, non sono tenute a capirne di economia e di mercato. La colpa è del governo Conte e dei ministri. Loro sì che sono tenuti a capirne. Infatti, già la chiusura aveva costretto al fallimento alcune piccole realtà della ristorazione. Però, adesso, le nuove misure a base di disinfezioni, sanificazioni, distanziamenti, divisori in plexiglas, mascherine (qualcuno ha inventato persino una maschera con tanto di cannuccia per consentire di bere e, forse, chissà, di nutrirsi di soli liquidi, senza levarsela) e guanti causano e causeranno un'ondata di fallimenti di attività a gestione familiare che non riescono e n on riusciranno più a tirare avanti. A prendere il posto di questi gestori, sono i cinesi, con una faccia di bronzo che lascia sbalorditi visto lo scandaloso comportamento del governo comunista; prima, durante e dopo la pandemia. Comportamento che include anche il dare pareri e lezioni non richieste. Un esercente cinese così parlava al Corriere del Veneto: “La Cina ha usato un metodo rigidissimo per l’isolamento della popolazione. Qui invece si consiglia la mascherina solo a chi è ammalato e noi, che veniamo da una cultura in cui la si mette anche per evitare un banale raffreddore, non ne capiamo il motivo.“. Noi, invece, capiamo che, evidentemente, la democrazia non fa parte della "loro cultura", quella comunista. L'Italia è e deve restare una democrazia; non abbiamo bisogno né di pareri, né di lezioni da uno stato e da un governo comunisti; non ci piacciono nemmeno quei "sinistrorsi" piddini e pentastellati che vorrebbero imitare lo stato comunista cinese; e non vogliamo che venga imposta la museruola a nessuno. Però, c'è di più. Indubbiamente, le nuove misure di sicurezze sono delle direttive partorite da scienziati chiusi nell'idea della sicurezza più assoluta e completamente avulsi dalla realtà economica del Paese. Però, un governo degno di questo nome dovrebbe respingerle queste misure. E, l'attuale governo non è estraniato dalla realtà. Allora, ci diciamo, perché le accetta? Non sarà che, dopo la regolarizzazione degli immigrati, promossa dalla ministra delle politiche agricole alimentari e forestali,Teresa Bellanova (in quota al movimentino renziano Italia Viva), ci sarà la concessione del diritto di voto agli immigrati residenti? E, non sarà che i partiti del centrosinistra (PD, M5S, Italia Viva, Liberi e uguali) pensano alle comunità cinesi come prossimo serbatoio di voti? E, non sarà che i partiti del governo auspichino, magari, l'acquisto massiccio di bar e ristoranti da parte delle comunità cinesi finanziate dal Dragone comunista? Sicuramente, sono soltanto delle ipotesi, almeno per il momento. Però, potrebbe essere uno scenario realistico. Tutto ci lascia pensare di sì.
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mercoledì 13 maggio 2020
Senza aspettare il vaccino: la cura al Coronavirus con il plasma iperimmune
di Maria Grazia Martinelli
Ho seguito in data 10 maggio una trasmissione in diretta Facebook (facilmente reperibile e che invito ad ascoltare) alla quale ha partecipato il Dott. Giuseppe De Donno, pneumologo in prima linea nello studio e l’attuazione di un protocollo di cura anti-covid basata sul plasma iperimmune. Il professore ha potuto parlare a briglia sciolta ed in maniera più che esaustiva, mettendo in grado qualsiasi spettatore, quindi anche chi come me non è laureato in medicina, di comprendere l’evoluzione della malattia, l’esito delle cure e di apprendere notizie che nessun Tg e nessuna trasmissione in onda sulle reti nazionali ha dato sinora e, probabilmente, mai darà. Innanzitutto, ciò che ho colto in prima battuta, ricevendone la conferma anche all’esito del suo lungo intervento, è stata l’umiltà di uno scienziato che sta dedicando con passione i due terzi delle sue giornate (da più di tre mesi a questa parte) allo studio ed alla ricerca volti ad individuare la cura più efficace per combattere il virus, mirando al fine ultimo, riconducibile al giuramento di Ippocrate (anche nella versione modernizzata) caro ad ogni medico che svolga la professione e sintetizzabile nel‘curare i malati e tutelare la vita’. Per questo, a tratti, il suo intervento ha avuto toni duri ed animati, giustificati da una messa alla gogna subita ma soprattutto dal suo vissuto: vedere morire le persone e sentirsi impotenti genera una sofferenza enorme che poi cambia la vita, De Donno ha detto “io sono un uomo cambiato non tornerò più quello che ero prima” perché ciò a cui ha assistito durante la pandemia non lo ha visto in 25 anni di carriera, polmoniti così gravi da mandare in terapia intensiva un numero così grande di pazienti. Il protocollo che lo pneumologo mantovano sta applicando è coperto da copyright dal 26 marzo, ciononostante vi sono centri in Italia che lo stanno applicando spacciandolo per loro, che dire? Se vogliamo mutuare il principio ‘dai a Cesare quel che è di Cesare’ dobbiamo anche constatare le eccezioni. La sua attività, per chi ha seguito le vicende televisive o ha letto in proposito se ne è reso conto, è stata indubbiamente ostacolata e non solo da alcuni suoi colleghi probabilmente mossi, chissà, da invidia e gelosia tanto da sminuirne l’operato e sollevare dubbi sulla efficacia della cura a base di plasma. Di fatto, come affermato da De Donno, questa cura non sta comportando effetti collaterali o conseguenze avverse ai pazienti ed ha un costo basso (circa 80 euro a malato). Attualmente, ogni giorno vi sono 7-8 ex-pazienti guariti (di cui alcuni provenienti da varie zone d’Italia) che tramite l’AVIS di Mantova donano sacche del proprio plasma che, a seguito di esplicita richiesta, sono anche inviate ad altre strutture ospedaliere sparse in tutta il territorio nazionale. Oltre al contributo squisitamente scientifico, dicevo, il dott. De Donno, grazie alla trasmissione dal taglio decisamente confidenziale e privo di formalità, ha potuto parlare ‘fuori dai denti’ e non ha esitato a far emergere la sua percezione di ostacoli frapposti. Infatti, ha evidenziato che il lavoro scientifico predisposto unitamente alla sua équipe e che è stato sottoposto al vaglio del mondo scientifico al fine di creare la cd. “letteratura”, deve essere pubblicato quanto prima e non subire ritardi o censure basate sulla contrarietà all’utilizzo del siero iperimmune perché “quando uno rifiuta l’utilizzo oppure impone un giudizio che tende ad impedire l’utilizzo del siero iperimmune poi se ne prenderà la responsabilità” e ha aggiunto “questo è il momento di salvare vite, questo è il momento di avere la progettualità” anche per il futuro. Teniamo presente che De Donno, come dal medesimo dichiarato, ha ricevuto offerte dagli Stati Uniti e non vorremmo piangere un domani per la sua decisione di trasferirsi perché costretto a farlo a causa di comportamenti ostili o noncuranti. Ma di fughe di cervelli in Italia abbiamo il primato! Qual è stato il momento in cui è scattata la molla che ha spinto gli scienziati a studiare qualcosa di diverso rispetto alle cure che si stavano applicando ai primi casi (anche se numerosi) di coronavirus? Il professore ha spiegato che sono partiti da un dato di fatto e cioè che i presidi (esperienza, farmaci, etc.) forniti dai medici cinesi arrivati in Italia risultavano insufficienti, trovarsi dinanzi alla morte dei malati e quindi soffrire nel non riuscire a salvare vite come ci si sarebbe auspicati li ha spinti a concentrarsi sulla ricerca di una cura alternativa ed efficace, così hanno iniziato ad usare il siero iperimmune. Sin da subito il lavoro è stato screditato e sminuito da chi sollevando critiche, ha pontificato dicendo che si stava utilizzando una cura già conosciuta (ai tempi della sars, della difterite, ebola, etc. come per dire ‘hai fatto la scoperta dell’acqua calda’). La replica di De Donno giustamente si è incentrata su un dato quasi banale ma indubbiamente di buon senso e cioè se la cura già si conosceva ed era efficace perché non applicarla anche ora? In realtà – prosegue – alcuni scienziati hanno svilito il lavoro e malconsigliato i politici. Per cui a noi cittadini, oltre alle accuse che molti solleverebbero tipo ‘dalli al complottista’, non rimane che la sensazione/certezza che di fronte a un’emergenza sanitaria di grave entità come quella in atto, la posizione ideologica (e forse qualche altro interesse) possa prevalere sull’esigenza sanitaria e sui principi di Ippocrate! La spinta da più parti che sta inneggiando al vaccino come la panacea di questo male non tiene presente il fatto che comunque il vaccino non risolve la malattia, eventualmente potrà prevenirla. Ma correttamente De Donno, che non è da annoverare tra i cd. ‘no-vax’, si chiede: è meglio preferire nell’immediato una cura a base di siero iperimmune che sta funzionando, tant’è che alcune regioni la stanno condividendo, oppure attendere chissà quanto un vaccino la cui sperimentazione sarà di pochi mesi e quindi non si potranno valutare gli effetti collaterali che lo stesso provoca? La risposta mi sembra facile e scontata. Lo pneumologo ha, inoltre, dichiarato che ancora non è dimostrabile che un ex malato Covid-19 potrebbe ricadere nella malattia, ma lo studio dell’équipe è finalizzata anche a verificare la capacità neutralizzante degli anticorpi sviluppati e la sua durata. La tesi per ora è quella di non escludere una possibile ricaduta da parte, però, di una piccola percentuale di pazienti. D’altronde anche in una qualsiasi influenza stagionale vi è la probabilità che chi la contrae a novembre poi potrebbe riprenderla a gennaio. Quello che è certo è che il virus può mutare e che non si possono, ad oggi, fare previsioni, in ogni caso è essenziale la cautela e la convinzione che il virus non ammette distrazioni. Rimaniamo in attesa che lo studio venga finalmente pubblicato e che chi è chiamato a decidere lo faccia per un fine etico rappresentato dal sostegno alla vita e al bene della comunità, senza strumentalizzazioni ideologiche o di comodo, senza fare terrorismo e senza privare ulteriormente gli italiani delle libertà fondamentali. Abbiamo dimostrato di non essere incoscienti seppur dinanzi a regole esageratamente limitative in tutti i campi, è necessario tornare alla normalità affinché al dramma sanitario non si aggiunga quello economico che, dati alla mano, purtroppo sta già procurando danni.
Fonte: Qelsi
COVID-19: DOMANDE AGLI ESPERTI. Ma se Covid-19 diventa un raffreddore, perché perseverare con il vaccino? Ma se il virus Sars-CoV2 muta più veloce di una lepre, come fa la tartaruga vaccino ad acchiapparlo?
Domandine agli esperti. Ma se la malattia Covid-19 diventa un raffreddore, perché perseverare con il vaccino? Ma se il virus Sars-CoV2 muta più veloce di una lepre, come farà la tartaruga vaccino ad acchiapparlo? E qualche piccolo passo nella storia recente.
di Marinella Correggia
Se lo dicono loro, i virologi in coro, non dovremmo crederlo, noi profani? Ecco qua.
1. Coro virale dei virologi: «Il Covid19 diventa un raffreddore»
A Piazzapulita (La7), Giuseppe Remuzzi, direttore dell’istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri rassicura: «Io vedo questi malati che non sono più quelli di prima. Le persone contagiate oggi stanno decisamente meglio rispetto a quelle infettate due mesi fa.(…) Adesso stiamo facendo degli studi, e non troviamo gli ammalati per fare gli studi, è una cosa bellissima (…) sembra di essere di fronte a una malattia molto diversa da quella che ha messo in crisi le nostre strutture».
Idem con patate per il virologo Massimo Clementi, direttore del laboratorio di virologia del San Raffaele di Milano. Intervistato dal Corriere della Sera afferma:«L’infezione non sfocia più nella fase gravissima, la cosiddetta “tempesta di citochine (…) sono in forte calo i pazienti che hanno bisogno di ospedalizzazione, l’epidemia c’è ancora ma dal punto di vista clinico si sta svuotando. La malattia si è modificata o si sta modificando». E anche: «Il coronavirus ha perso la sua potenza. (…) Ci aspettiamo che questo nuovo coronavirus possa pian piano diventare innocuo, come i suoi ‘cugini’ responsabili del raffreddore». Del resto, «conosciamo
altri 6 coronavirus umani, 4 ci infettano da sempre”. Quello con cui
abbiamo a che fare da qualche mese “potrebbe, se continua così,
modificare il suo profilo clinico di rischio e adattarsi all’ospite,
cambiando geneticamente».
Un altro Massimo, Ciccozzi,
responsabile dell’unità di statistica medica ed epidemiologica
dell’Università Campus biomedico di Roma, ha affermato durante
un’audizione a Senato: «Stiamo osservando che il virus perde potenza; evolve, ma perde contagiosità e, probabilmente, letalità».E anche Matteo Bassetti, direttore del reparto Malattie Infettive dell’Ospedale Policlinico San Martino di Genova, spiega (lo riporta ilmeteo.it): «A marzo questo virus era uno tsunami, ora è diventato un’ondina. Forse è perché ha già colpito i soggetti più fragili, facendo una “selezione naturale”, o forse si è depotenziato. È un’iniezione di fiducia per la fase 2, ma per giudicare se gli italiani si saranno comportati bene ci vorranno 2-3 settimane».
2. Vaccini antinfluenzali di ieri, il caso H1N1
Nondimeno, con una totale mancanza di logica, alla domanda se pensa che il virus scomparirà prima del vaccino, l’esperto Remuzzi – di cui all’inizio – risponde: «Ci
sarà il vaccino, ma probabilmente quando arriverà io mi auguro, se le
cose andranno come vanno adesso, il virus non ci sarà più». Però «servirà per la prossima volta o per altri virus».
Ma il ragionamento dov’è? Servirà per altri virus? Ma i vaccini per le influenze (più che discutibili visto i loro risultati) non vengono cambiati ogni anno sennò non vanno più bene perché i virus influenzali mutano (a differenza di altri)?
A questo punto facciamo un piccolo passo indietro, nella storia recentissima, ma dimenticata. Del resto, «la storia è un’ottima maestra. Ma non ha allievi»: Antonio Gramsci. Che avesse ragione, lo
abbiamo visto tante volte, nei ripetitivi meccanismi che hanno portato
alle guerre di aggressione delle quali si è macchiata l’Italia fino
all’altro ieri. E dunque andiamo al 2009. Virus influenzale A/H1N1, sottotipo del virus dell’influenza A che fu quell’anno il più comune. Spiegava all’epoca il sito Epicentro dell’Istituto superiore di sanità (https://www.epicentro.iss.it/focus/h1n1/faqEcdc ): «L’attuale virus epidemico influenzale A/H1N1 è un nuovo sottotipo di virus di influenza umana che contiene geni di virus aviari, suini e umani in una combinazione che non era mai stata osservata prima, in nessuna area del mondo. I nuovi virus sono spesso il risultato di un riassortimento di geni provenienti da altri virus (scambio di geni). Questo virus A/H1N1 è il risultato di una combinazione di due virus dell’influenza suina che contenevano geni di origine aviaria e umana. Non c’è alcuna prova che questo riassortimento sia avvenuto in Messico».
Epicentro, poi, nell’aprile 2009 (https://www.epicentro.iss.it/focus/h1n1/FaqVaccinoCe ) precisava in una serie di domande e risposte: «Al momento non è disponibile alcun vaccino contro la nuova influenza A(H1N1). Gli unici vaccini attualmente disponibili sono quelli contro i ceppi dell’influenza stagionale 2008/2009». Proseguendo: «Il vaccino contro l’influenza stagionale umana è efficace contro il nuovo virus influenzale A(H1N1)? Non è ancora stato stabilito con certezza se i vaccini contro il virus dell’influenza stagionale 2008/2009 proteggano contro il virus A(H1N1). Dal momento che questo nuovo virus dell’influenza evolve molto rapidamente, è importante sviluppare un vaccino contro il ceppo virale che sta causando epidemie in Messico e in altri Paesi, così da garantire la massima protezione. Tra i virus della normale influenza umana H1N1 (coperta dai vaccini stagionali) e il nuovo virus influenzale A(H1N1) ci sono alcune caratteristiche comuni: non è quindi possibile escludere che si abbia una protezione crociata ma, se si avesse, sarebbe probabilmente solo parziale».
L’11 giugno 2009, l’Oms dichiara lo stato di «pandemia» per il nuovo ceppo di origine suina H1N1. La prima pandemia globale dopo quella dell’influenza di Hong-Kong del 1968. Il 10 agosto 2010, la stessa Oms revoca la pandemia: l’attività dell’influenza a livello mondiale è tornata ai tipici ritmi stagionali (https://www.cidrap.umn.edu/news-perspective/2010/08/who-says-h1n1-pandemic-over). I morti ci furono, ma quanti? I decessi confermati della pandemia fra aprile 2009 e agosto 2010 furono 18.500. Secondo Lancet (https://www.thelancet.com/journals/laninf/article/PIIS1473-3099(12)70121-4/fulltext ) «quel numero è probabilmente solo una frazione del numero totale di morti associate alla pandemia influenzale A H1N1». La stima della rivista medica arrivava a 201.200 decessi per cause respiratorie (il range andando da 105.700 a 395.600) più aggiuntivi 83.300 decessi per ragioni cardiovascolari (range fra 46.000 e 179.900). Insomma, un’inflazione di numeri.
Ma dunque cosa accadde all’epoca del virus H1N1 sul lato del vaccino? Prendiamo un articolo, chiaro fin dal titolo («Ecco quanto ci è costato il flop del vaccino», di Elena Dosi) del gennaio 2010, sul quotidiano mainstream Repubblica (https://www.repubblica.it/cronaca/2010/01/16/news/vaccino_virus_a-1966773/): «La pandemia fugge. I costi dei vaccini restano. Ventiquattro milioni di dosi acquistate dall’Italia contro il virus H1N1 al prezzo di 184 milioni di euro, 10 milioni di dosi ritirate dalle fabbriche e distribuite alle Asl, 865mila effettivamente inoculate. La stragrande maggioranza delle confezioni resta stoccata nelle farmacie delle Asl, nei centri vaccinali dei distretti o negli studi dei medici di famiglia. Un viaggio tra le aziende sanitarie italiane parla di frigoriferi pieni (i vaccini vanno conservati a 4 gradi pena la loro degradazione) e di scetticismo fra i cittadini al centro della campagna di immunizzazione. Oltre 20 milioni di persone rientrano tra la “popolazione eleggibile” da vaccinare secondo il ministero, ma solo 827mila hanno porto il braccio alla siringa, con una proporzione del 3,99%. E se l’Italia ha già deciso di donare il 10% delle proprie dosi (2,4 milioni) all’Oms perché le distribuisca ai paesi poveri, la gran parte delle boccette sembra avviata alla scadenza, prevista 12 mesi dopo la data di produzione e quindi a scaglioni tra settembre e dicembre 2010. A quel punto, non resterà altro da fare che buttarle. Dalle università alcuni virologi provano a spiegarci cosa è successo, e il perché di tanta sproporzione. “L’influenza mette sempre in difficoltà chi deve fare previsioni. I modelli possono saltare, i virus ci sorprendono spesso” fa notare Pietro Crovari, professore emerito di igiene e medicina preventiva all’università di Genova». .
E ancora una volta: dove sta la logica? Continua l’articolo: «Ma per la Novartis che ha stipulato il contratto con il Ministero della Salute l’incasso sarà pieno lo stesso. I 184 milioni pattuiti nel contratto del 21 agosto 2009 (quando la pandemia colpiva soprattutto le Americhe e non aveva ancora raggiunto l’Italia) saranno versati in toto anche se i vaccini consegnati sono meno della metà di quelli concordati. Nel contratto infatti non esiste una clausola di riduzione a favore del ministero. E se ieri il Codacons ha annunciato una class action a nome dei 60 milioni di utenti del sistema sanitario italiano, anche la Corte dei Conti ha avviato una procedura di controllo sul “decreto direttoriale del 27 agosto 2009 concernente l’approvazione del contratto di fornitura di dosi di vaccini antinfluenzale A(H1N1) stipulato tra il Ministero del lavoro, della salute e delle politiche sociali e la Novartis Vaccines and Diagnostics s. r. l.2. Il Codacons chiede la risoluzione del contratto con l’industria farmaceutica (“Uno spreco immane vista la scarsa adesione alla vaccinazione”) e il rimborso ai cittadini dei 184 milioni di euro spesi.»
3. La poco simpatica storia del Tamiflu contro l’incubo dell’aviaria A(H5N1)
E vogliamo parlare anche del farmaco inutile Tamiflu (Roche) contro l’influenza aviaria A(H5N1)? Cominciamo però dai morti che fece fra il 2003 e il 2014. Ecco i dati ufficiali dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) (consultabili qui: http://www.quotidianosanita.it/allegati/allegato1560712.pdf). La tabella Cumulative number of confirmed human cases for avian influenza A(H5N1) reported to WHO, 2003-2014 riporta… 650 casi con 386 morti (concentrati in 16 paesi (ma soprattutto Indonesia, Vietnam, Cina, Cambogia, Egitto).
Ingentissime furono le spese per un farmaco inutile. Sul sito del Sindacato italiano veterinari di medicina pubblica Sivemp Veneto (https://www.sivempveneto.it/il-farmaco-inutile-contro-laviaria-pagato-dai-governi-oltre-tre-miliardi-ricerca-indipendente-qsmontaq-il-tamiflu-inefficace/), nel 2014 Corrado Zunino scriveva: «Il costoso farmaco Tamiflu che ci avrebbe salvato dall’aviaria, che avrebbe impedito il passaggio dell’influenza dai polli all’uomo su scala mondiale e combattuto un’epidemia che nei grafici clinici avrebbe potuto fare 150mila morti soltanto in Italia, non è servito a niente. Solo a gonfiare i bilanci della Roche spa, multinazionale svizzera che grazie alle ondate di panico collettivo ha venduto nel mondo, solo nel 2009, confezioni per 2,64 miliardi di euro. Due miliardi e sei per un solo farmaco che, si calcola, a quella data è stato utilizzato da 50 milioni di persone. Inutilmente. Già. Un gruppo di scienziati indipendenti – Cochrane collaboration – ha ripreso in questi giorni un suo studio realizzato nel 2009 sul rapporto tra l’antivirale Tamiflu e l’influenza suina (seimila casi mortali nel mondo). E se allora l’organizzazione medica no profit sosteneva che non c’erano prove a sostegno dell’utilità del medicinale per la suina, ora si spinge oltre e lo stampa sul British medical journal: per l’influenza aviaria (62 morti accertati, fino al 2006) l’antivirale della Roche è stato inutile. Lo si certifica adesso, ma per dieci anni una teoria di stati nel mondo, sull’onda della speculazione emotiva, ha accumulato milioni di confezioni, buttato valanghe di denaro pubblico e, dopo cinque stagioni, buttato anche le confezioni scadute. Secondo la controricerca il Tamiflu (dai 35 ai 70 euro a scatola, secondo richiesta e Paese) contrappone alle influenze gli stessi effetti del più conosciuto Paracetamolo. Non ha prevenuto la diffusione della pandemia, né ha ridotto il rischio di complicazioni letali. Ha attenuato solo, nei primi quattro giorni del contagio, alcuni sintomi. Una tachipirina, non certo la panacea per epidemie da kolossal. Ecco servito un nuovo caso di inganno Big Pharma, segnalato da ricercatori che hanno rilevato errori e mancanze in ogni stadio del processo: la produzione, le agenzie di controllo, le istituzioni di governo. (…) il Tamiflu passerà alla storia della farmaceutica contemporanea come il medicinale più gonfiato e redditizio».
4. Le idee dei virologi cambiano veloci come i virus influenzali
Gira sui ceppi accesi di whatsapp una collezione di ipsi dixerunt: dieci
faccione di virologi e per ognuna una dichiarazione risalente al mese
di febbraio a proposito del CoVid19. All’epoca, il virus Sars-CoV-2
aveva già dispiegato i propri effetti sanitari e politici in Cina.
Roberto Burioni: «In Italia siamo tranquilli, il virus non c’è. Il rischio è zero, preoccupatevi dei fulmini». Massimo Galli: «L’avanzata a livello globale è molto bassa. In Italia il virus non si diffonderà». Filippo Luciani: «Il Coronavirus è meno letale dell’influenza». Fabrizio Pulvirenti: «L’epidemia influenzale è ben più grave e diffusibile (sic) rispetto al Coronavirus». Matteo Bassetti: «Non bisogna fare nulla (per difendersi dal virus). Certo non serve mettersi le mascherine». Ilaria Capua: «Questo virus è molto meno aggressivo di tante infezioni che conosciamo». Giovanni Di Perri: «Quello che stiamo affrontando è un fenomeno infettivo simile all’influenza: frequente e banale».
Di lì a poco, i virologi avrebbero virato di 180 gradi (en douce, come dicono i francesi: di soppiatto) trasformandosi in produttori industriali di panico.
Ora
a quanto pare sono tornati al punto di partenza e il giro di 360 gradi è
compiuto. Mentre nel frattempo errori su errori hanno provocato morti
su morti.
Una storia che gli esperti studieranno.
Forse.
Marinella Correggia (10 maggio 2020)Fonte: Emigrazione Notizie
I primi drammatici effetti della "ripartenza" che non c'è
Purtroppo, insieme all'inesistente "ripartenza", cominciano gli effetti drammatici, drammaticissimi. E’ un vero e proprio dramma quello che stanno attraversando gli imprenditori in questi tempi in cui un governo, un Comitato tecnico-scientifico ed altre organizzazioni che non comprendono assolutamente niente di economia decidono dei destini delle loro imprese. Già piegati dagli errori dei precedenti governi Monti, Letta, Renzi e Gentiloni, adesso il governo Conte dà agli imprenditori il colpo più forte. Questa falsa "riapertura" a base di misure di sicurezza costosissime causa agli imprenditori (dopo la lunga, sbagliata chiusura e l'inservibile "decreto liquidità") un ulteriore danno economico da cui rialzarsi sarà impossibile. Finora, gli imprenditori hanno tentato di fare i conti e di tirare avanti, però, adesso, questa falsa "ripartenza" ed il prolungamento dello stato di emergenza hanno cancellato ogni speranza. I risultati sono, purtroppo, i suicidi degli imprenditori. L'Osservatorio ''Suicidi per motivazioni economiche'' della Link Campus University - Osservatorio permanente sul fenomeno delle morti legate alla crisi e alle difficoltà economiche avviato nel 2012 - pubblica oggi i dati aggiornati lanciando un severo allarme per il dramma che si sta consumando nel nostro Paese: ''quella che osserviamo - dichiara Nicola Ferrigni, professore associato di Sociologia generale e direttore dell'Osservatorio ''Suicidi per motivazioni economiche'' - è una tragedia nella tragedia in cui alle già tante vittime del Coronavirus occorre sommare i tanti, troppi suicidi legati agli effetti economici dell'emergenza sanitaria. I dati - prosegue il sociologo Ferrigni - sono impietosi: dall'inizio dell'anno sono già 42 i suicidi, di cui 25 quelli registrati durante le settimane della chiusura forzata; 16 nel solo mese di aprile. Questa ''impennata'' risulta ancor più preoccupante se confrontiamo il dato 2020 con quello rilevato appena un anno fa: nei mesi di marzo-aprile 2019, il numero delle vittime si attestava infatti a 14, e il fenomeno dei suicidi registrava la prima vera battuta d'arresto dopo anni di costante crescita''. Di pochissimi giorni fa la notizia dell’imprenditore Antonio Nogara, di Napoli, morto suicida attanagliato dalle preoccupazioni e dalle difficoltà di una crisi che in questi mesi di ”fermo” non aveva certo risparmiato la sua impresa, i dipendenti e le sue responsabilità come titolare d’azienda. Si è tolto la vita, impiccandosi nei capannoni della sua azienda, situata alla periferia est di Napoli, quando ormai aveva perso tutte le speranze: le notizie aveva contribuito a levargli ogni speranza, creandogli un malessere tale da non trovare alcuna soluzione. Ha lasciato una lettera d’addio per spiegare come il suo tragico gesto sia legato a motivi di natura economica. Racconta un amico al Corriere della Sera: “era un riferimento positivo. Se lo Stato non interviene prontamente, ci saranno altri casi come il suo. Per un imprenditore è dura sentirsi umiliato. Se ci sono le tasse ci devono essere anche gli aiuti concreti nel momento del bisogno”. Un altro caso straziante, dopo quello di Carmelo Serva, un ristoratore. A questi numeri, di per sé già spaventosamente significativi, vanno poi aggiunti anche quelli relativi ai tentati suicidi: 36 da inizio anno, 21 nelle sole settimane di chiusura forzata. Gli ultimi dati diffusi dall’Osservatorio alzano a 1.128 il totale dei suicidi legati a motivazioni economiche in Italia dal 2012 a oggi, e a 860 i tentati suicidi. Le vittime, secondo gli ultimi dati dell’Osservatorio, sono per lo più imprenditori: 14, sul totale dei 25 casi registrati nel periodo del blocco. Un numero raggelante che sottolinea, ancora una volta, e oggi con maggiore forza, la necessità di intervenire con misure e interventi a sostegno del tessuto imprenditoriale. “Pochi mesi fa il nostro Osservatorio rimarcava, in un contesto di fiducia dato dal generalizzato calo del numero dei suicidi, soprattutto tra disoccupati e precari, l’esigenza di un programma di politiche economiche più ampio e strutturato, capace di guardare in modo particolare alle imprese e agli imprenditori”. “Oggi più che mai questa esigenza diventa stringente – conclude Nicola Ferrigni – non solo per ricostruire il nostro Paese e per far ripartire l’economia, ma anche per prevenire quella che si sta delineando come una strage silenziosa, di cui le principali vittime sono gli imprenditori in difficoltà”. Lo abbiamo già scritto, lo riscriviamo e lo riscriveremo: se non si vuole giungere ad una crisi irrisolvibile, sono indispensabili sia un governo che abbia la fiducia dei mercati che l'abrogazione di tutte le misure eccessivamente stringenti di sicurezza che bloccano la ripresa economica.
martedì 12 maggio 2020
Perché il decreto liquidità non ha funzionato e non funzionerà
Il mondo dell’imprenditoria e, più in generale, le forze socio economiche del Paese che alimentano l’offerta dei beni e dei servizi avrebbero necessitato di un sostegno immediato, almeno per il ripianamento dei debiti e delle spese accumulate durante il lockdown, in totale assenza di fatturato. Si è determinata una situazione non più sostenibile per le tutte le nostre imprese, micro, piccole, medie e grandi. Lo Stato avrebbe dovuto senz’altro far fronte rapidamente a tale situazione. In tutti i Paesi europei la risposta è arrivata mediante un sistema di garanzie statali ad altissime percentuali di copertura su finanziamenti bancari (fino al 90% dell’importo finanziato in base alle dimensioni e al fatturato dell’impresa). Nel nostro Paese è stato adottato il così detto “decreto liquidità” che ha previsto un pacchetto di misure di agevolazione per il sostegno alla liquidità delle nostre imprese. In particolare per i professionisti, lavoratori con partita IVA e PMI è stato previsto un sistema di garanzie a prima richiesta concesse dal Fondo Centrale di Garanzia per le PMI. Modificando il previgente regime, il così detto “decreto liquidità” ha aumentato la garanzia del Fondo al 90% (con la possibilità di arrivare al 100% con l’intervento di confidi o altra forma di garanzia), mentre per i finanziamenti fino ad un massimo di 25 mila euro è innalzata al 100%. In ogni caso le garanzie sono concesse su finanziamenti fino ad un massimo del 25% del fatturato e comunque non superiore a 5 milioni di euro. Per le garanzie al 90% è previsto che le stesse siano concesse sulla base di una valutazione economico-finanziaria da parte del Fondo Centrale di Garanzia. Nulla viene detto in relazione alla valutazione operata dalla banca finanziatrice. Per quanto riguarda i finanziamenti di importo fino a 25 mila euro (per i quali la garanzia del Fondo è al 100%) è stata eliminata la valutazione del merito di credito da parte del Fondo di Garanzia. Nulla è stato detto relativamente alla valutazione da parte della banca che gode di una garanzia al 100%. La banca potrebbe quindi limitarsi a compiere una veloce istruttoria in conformità alla normativa bancaria di derivazione comunitaria. La banca finanziatrice, nelle intenzioni del decreto, potrebbe, dunque, erogare senza nemmeno attendere l’esito definitivo dell’istruttoria da parte del gestore del Fondo medesimo. Infine, viene indicato che per questi finanziamenti il tasso di interesse applicabile dalla banca sia molto basso (ossia non superiore al tasso di rendistato con durata residua da 4 anni e 7 mesi a 6 anni e 6 mesi, maggiorato della differenza tra il CDS banche a 5 anni e il CDS ITA a 5 anni, maggiorato dello 0,20 per cento). Occorre anche evidenziare che tutti i finanziamenti fino a 5 milioni di euro coperti mediante garanzia del Fondo Centrale di Garanzia, al 90% o al 100% per importi fino a 25 mila euro, sono concessi senza alcun tipo di impegno da parte del beneficiario circa il reale utilizzo di tali risorse. Per concludere potrebbe dirsi che il decreto liquidità sembra aver introdotto misure ancor più agevolate rispetto ad ogni altro Paese europeo. Perché, allora, il decreto liquidità non funziona? Perché le banche non vogliono proprio saperne di fare quell'"atto d'amore" che il signor Giuseppe Conte gli ha chiesto? Vediamo, brevemente. Poniamo che la titolare di una piccola attività commerciale richieda alla sua banca un finanziamento da 10mila euro con garanzia pubblica. In questo caso si ricadrebbe nella fattispecie di prestiti “di importo non superiore al 25% dei ricavi fino a un massimo di 25mila euro” che non prevede alcuna valutazione del merito di credito, con erogazione del denaro senza attendere il via libera del Fondo di garanzia. Perché a questa ipotetica commerciante una banca (com'è successo nella realtà) non accrediterebbe i soldi sul conto rapidamente, come prevede il decreto? Semplice, perché le banche non di fidano delle garanzie di un governo statalista e filo - comunista, come quello presieduto da Giuseppe Conte, che non gode della fiducia dei governi dei mercati economici e finanziari. Dunque, una banca proporrebbe alla nostra ipotetica commerciante tutta una serie di fidi e prodotti vari alternativi al meccanismo previsto dal decreto liquidità. Così come una banca chiederebbe alla nostra ipotetica commerciante la stipulazione di una polizza a garanzia, o, almeno, un prospetto di bilancio dell'attività commerciale che ne certifichi la "buona salute" economica e finanziaria. In conclusione, la colpa non è sicuramente della nostra ipotetica commerciante. La verità è che la garanzia di un governo di cui i mercati non si fidano è una garanzia priva di qualsiasi valore. La colpa è di un governo che non sa gestire l'economia e quando lo fa sbaglia , come con la "ripartenza" sbagliata sotto ogni aspetto. Certamente la situazione si potrebbe ancora salvare. Come? Insediando un nuovo governo che goda della fiducia dei mercati e che non mortifichi con ormai ingiustificate restrizioni sanitarie la libertà delle imprese. Prendendo le distanze dai paesi comunisti. Smantellando il Comitato tecnico-scientifico. Sollevando dal suo incarico il signor Domenico Arcuri. Abrogando ogni restrizione sanitaria (a parte quelle dettate dal buon senso del distanziamento di un metro e di evitare un eccessivo affollamento negli esercizi commerciali), visto che l'epidemia è ormai terminata (a meno di non volere dare credito alle "fake news" dei partiti al governo), e che rappresentano un freno insormontabile alla ripresa. Formando una commissione ristretta di economisti esperti. Smettendola di delegare alla Protezione civile delle scelte che hanno una ricaduta economica. Altrimenti, l'Italia, gli italiani e l'economia italiana andranno a sbattere contro il muro. Questa vola non sarà un secondo 1929, perché, allora, l'Italia si era ripresa. Questa recessione, se non si interviene, come abbiamo scritto, sarà cento volte peggio del 1929.
giovedì 7 maggio 2020
Il M5S mette l'Italia nelle mani della Cina comunista
Cominciamo con il dire che a causa dell'azione politica e geopolitica del governo presieduto da Giuseppe Conte (e di cui è un protagonista importante il Movimento Cinque Stelle), l'Italia è adesso un problema politico e strategico. L'Italia si sta dimostrando, appunto, il ventre molle dell'Occidente. Però, facciamo un passo indietro al 2018. Quando il presidente comunista cinese, Xi Jinping, ha rimesso in auge un’organizzazione, il Fronte Unito. è un fronte popolare di partiti minoritari, guidati dal partito comunista cinese. Oltre al partito comunista cinese, comprende otto partiti minori e la Federazione dell'Industria e del Commercio di tutta la Cina. È gestito dal Dipartimento del Lavoro del Fronte Unito (in cinese: 中共中央 统战部) del Comitato centrale del Partito Comunista Cinese. Il Fronte Unito è rappresentato insieme ad altre organizzazioni come sindacati, organizzazioni femminili e giovanili, ecc. nella Conferenza politica consultiva del popolo cinese. La sua attuale capo dipartimento è You Quan. Il Fronte Unito non ha alcun potere reale indipendente dal partito comunista cinese. I suoi leader sono per lo più selezionati dal partito comunista cinese, o sono essi stessi membri del partito comunista cinese. I partiti membri sono quasi completamente sottomessi al partito comunista cinese e devono accettare il suo "ruolo guida" come condizione per loro esistenza. Gli organismi che fanno parte del Fronte Unito sono:
Comitato Rivoluzionario del Kuomintang (中国国民党革命委员会(ZH) )
Lega Democratica Cinese (中国民主同盟(ZH) )
Associazione di Costruzione Nazionale Democratica della Cina (中国民主建国会(ZH) )
Associazione Cinese per la Promozione della Democrazia (中国民主促进会(ZH)
Partito Democratico Cinese dei Contadini e dei Lavoratori (中国农工民主党(ZH)
Partito della Cina per l'Interesse Pubblico (中国致公党(ZH) )
Società 3 Settembre (九三学社(ZH) )
Lega Autogovernativa e Democratica di Taiwan (台湾民主自治同盟(ZH) )
Federazione dell'Industria e del Commercio di tutta la Cina (Zhonghua Quanguo Gongshangye Lianhehui)
L'unica ragione d'esistenza del Fronte Unito è nell'ingannare gli osservatori occidentali, dandogli una falsa idea di pluralismo, facendogli credere che la Cina non sia più uno stato comunista ed a partito unico. Il Fronte Unito è, unicamente, un apparato di propaganda diretto verso l'estero e finalizzato a convogliare il consenso dei politici e dei giornalisti socialisti e socialdemocratici occidentali. Il Fronte Unito ha risorse finanziarie illimitate, ha arruolato simpatizzanti in tutto il mondo in molti ambienti, dagli accademici ai giornalisti e ai politici. Questa rete fa sì che, quando viene criticata la Cina comunista, ci siano sempre accademici, anche in campo medico, e giornalisti anche autorevoli pronti a difendere la Cina, anche con articoli che dicono “non è il momento di fare polemiche o fare accuse, bisogna lavorare uniti” (non vi ricordano gli analoghi "appelli" di Conte, di Nicola Zingaretti, di Luigi Di Maio rivolti all'opposizione di centrodestra?). Una parte importante di questo apparato è stata dispiegata all’ONU, dove vale il principio che un voto vale uno. Cioè Andorra conta quanto gli Stati Uniti. Pechino ha legato a sé a paesi suoi debitori, soprattutto in Africa, che, come si dice, tiene per il collo e che votano come la Cina con la Cina. Ha stretto alleanze con governi che vanno dalla Russia al Venezuela e alla Siria, che votano con la Cina. Si è assicurata, come abbiamo già visto, un comunista etiope come presidente dell’Organizzazione mondiale della sanità. Verso l'Italia la Cina comunista ha dispiegato una decisa azione di propaganda, trovando sponde politiche nel Movimento Cinque Stelle, nel Partito Democratico di Zingaretti e nel partito di Matteo Renzi, Italia Viva. Sappiamo che, ad esempio Renzi, è andato in Cina. Non solo ci sono giornalisti italiani, ma anche accademici sempre pronti a difendere la Cina comunista. In Australia, dove si è andati a fondo, si sono scoperti molti scienziati che sono a Pechino. In Italia c’è stata e c'è una penetrazione nel mondo politico senza eguali tra i grandi paesi occidentali. Pensiamo alle cene, a novembre del 2019, di Beppe Grillo con l’ambasciatore di Pechino a Roma Li Junhua. Alle lodi che sempre Grillo fa al governo comunista cinese ogni volta che può sul suo blog. Alle visite che il ministro degli esteri Di Maio ha fatto in Cina. La comunione d’intenti tra il M5S e la Cina comunista è impressionante: il M5S (così come il governo presieduto da Conte), infatti, prende a modello organizzativo e politico il governo comunista di Xi Jinping. Sul blog grillino era stato pubblicato un articolo nel quale i centri di rieducazione attraverso il lavoro dello Xinjiang, dove sono stati incarcerati senza processo 1,8 milioni di persone di etnia uiguri, sono stati definiti "centri di formazione professionale". Anche per quel che riguarda le proteste di Hong Kong, il M5S si è dimostrato un fedele alleato del partito comunista cinese. Infatti, il ministro Di Maio aveva affermato che "noi in questo momento non vogliamo interferire nelle questioni altrui e quindi, per quanto ci riguarda, abbiamo un approccio di non ingerenza nelle questioni di altri Paesi". Però, ad essere importante, è soprattutto una lettera aperta al Fatto Quotidiano scritta da un esponente di punta del M5S: Alessandro Di Battista. L’Italia – osserva Di Battista – vanta “un rapporto privilegiato con Pechino che, piaccia o non piaccia, è anche merito del lavoro di Di Maio”. Di Battista aggiunge che il prossimo futuro riserverà mutamenti epocali degli equilibri internazionali: “la Cina vincerà la terza guerra mondiale senza sparare un colpo”. La Cina, prosegue Di Battista, uscirà meglio di ogni altra potenza dalla crisi covid-19, anche sotto il profilo dell’immagine: “la Cina ha utilizzato al meglio il soft power, è riuscita a trasformare la sua immagine da untore ad alleato”. Una tattica come questa evocata dall’esponente M5S trasforma l’Italia nel cavallo di Troia della Cina comunista in Europa. Oltre che una strumentalizzazione indifendibile è, questo, un grave ridimensionamento per l’Italia, che diventerebbe pedina del governo comunista cinese nel quadro dei giochi politici in Occidente. Appare sinistra, in questo senso, l’asserzione di Di Battista secondo cui “la Cina vincerà la terza guerra mondiale”, in quanto ila Cina mira a stabilire sull'Italia una forma di dominio, si propone di imporvi il proprio modello politico e sociale. Si allude anche, probabilmente, all’idea di vendere parte del debito pubblico italiano alla Cina comunista e di fatto si prospetta la trasformazione dell’Italia in una colonia cinese. Tenuto conto di questa circostanza, appare grave che il M5S guardi a Pechino come punto di riferimento. Era dal crollo dell’Unione Sovietica che una forza politica italiana non guardava ad uno stato - canaglia comunista come modello e alleato. Questa infatuazione del M5S per il “modello Cina” costituisce una grave regressione del livello della politica italiana cui noi anticomunisti guardiamo con preoccupazione.
mercoledì 6 maggio 2020
Donald Trump blocca i finanziamenti Usa per l’Organizzazione mondiale della sanità: «Ha insabbiato l’epidemia»
Lo stop per ora è temporaneo, ma, potrebbe diventare definitivo. Noi speriamo che diveti definitivo. Almeno finché permangono alcune questioni relative all'Organizzazione mondiale della sanità. Donald Trump ha deciso di bloccare i finanziamenti statunitensi per l’Organizzazione mondiale della sanità: secondo il Presidente statunitense, l’organismo sanitario globale "ha fallito nel suo dovere e deve essere ritenuto responsabile" di una cattiva gestione della pandemia di coronavirus. Donald Trump ha incolpato l’Oirganizzazione mondiale della sanità per aver sostenuto la "disinformazione" della Cina comunista sul virus dopo l'esplosione dell’epidemia nella città cinese di Wuhan. Il Presidente Trump ha affermato giustamente che il coronavirus, che ha infettato quasi due milioni di persone in tutto il mondo, avrebbe potuto essere contenuto se l’Organizzazione mondiale della sanità fosse stata più competente e non avesse aiutato il governo comunista cinese a "insabbiare" l’emergenza. Gli Stati Uniti sono i maggiori finanziatori dell’Organizzazione mondiale della sanità: a febbraio, l’amministrazione Trump aveva chiesto che il contributo americano venisse ridotto da 122,6 milioni di dollari (l’equivalente di 111,8 milioni di euro) a 54,9 (50 milioni di euro). L’Organizzazione mondiale della sanità, invece, con un offensivo disprezzo per la verità, aveva elogiato la Cina per la sua trasparenza sulla pandemia. Purtroppo, Pechino è un altro importante finanziatore dell'Organizzazione, e questo praticamente annulla l’indipendenza necessaria all’agenzia dell’Onu per svolgere adeguatamente il proprio ruolo. Non a caso, il Presidente Trump era stato attaccato dall'Organizzazione mondiale della sanità quando aveva emesso un divieto sugli ingressi dei viaggiatori dalla Cina comunista. Infatti, l'attuale direttore generale dell'Organizzazione mondiale della sanità è Tedros Adhanom, un membro anziano (il Tigraionline lo ha elencato come il terzo membro più importante del comitato permanente del politburo) del del Fronte di Liberazione del Tigrè ( “Tigray People’s Liberation Front”, TPLF), un partito rivoluzionario comunista etiope, d'orientamento maoista. Secondo Trevor Loudon, un esperto di movimenti e gruppi comunisti, l’’ideologia del Tigrè "era molto vicina a quella dell’attuale Corea del Nord". Nel 1991, mentre il governo comunista di Mènghistu Hailé Mariàm, detto il Negus Rosso perdeva il sostegno finanziario dell’Unione Sovietica che stava crollando, una coalizione tra il Fronte di Liberazione del Tigrè con altri due partiti etnici ha deposto Mènghistu. Nel corso del tempo, il TPLF ha iniziato a esercitare sempre più influenza sulle altre due parti. La maggior parte dei generali militari e leader chiave all’interno del governo erano del Tigray, incluso il Primo Ministro che governò il paese per 21 anni prima della sua morte. I Tigray rappresentano solo il 6% della popolazione dell’Etiopia, uno dei principali gruppi etnici sono gli Amhara, che avevano costituito principalmente il regime di Mènghistu. Il trattamento favorevole sotto Mènghistu aveva creato molto risentimento verso l’Amhara da parte degli altri gruppi etnici come ad esempio quello dell’Oromo. Il Fronte di Liberazione del Tigrè è il partito che nel suo manifesto del 1968 definiva il popolo dell’Amhrara il suo “eterno nemico”.Il TPLF è stato classificato un’organizzazione terroristica dal governo degli Stati Uniti negli anni ’90 ed è ancora oggi catalogato come membro del Database del Terrore Globale, a causa della sua ostinata abitudine di eseguire assalti armati nelle aree rurali. Il popolo dell’Amhara ha denunciato discriminazioni sistematiche e violazioni dei diritti umani da parte dell’attuale governo. “Humans Rights Watch” nel 2010 ha scritto un rapporto su come gli aiuti sotto forma di cibo e fertilizzanti sono stati vietati agli abitanti dei villaggi locali dell’Amhara a causa delle loro affiliazioni con il partito di opposizione. Altre forme di rifiuto dell’aiuto hanno comportato il rifiuto dell’assistenza sanitaria di emergenza da parte del ministero degli operatori sanitari; lo stesso ministero che all’epoca era guidato da Tedros Adhanom. L’Amhara People’s Union, un gruppo di attivisti con sede a Washington, ha rivolto molte altre accuse di violazioni dei diritti umani contro il governo guidato dal TPLF, compreso il fatto che i tassi di natalità nella regione di Amhara erano molto più bassi di quelli riscontrati in altre regioni. In una sessione del parlamento etiope hanno osservato che circa 2 milioni di Amhara sono “scomparsi” dal censimento della popolazione. Secondo Loudon, sebbene in superficie il governo abbia varato riforme di mercato e istituito formalmente elezioni democratiche, ideologicamente è rimasto comunista, soprattutto in termini di politica estera: "Continuano a mantenere i loro legami con i comunisti stranieri", aveva spiegato in un’intervista. Tedros Adhanom, dapprima ministro della sanità (dal 2002 al 2012) e successivamente ministro degli esteri dell'Etiopia, ha sempre mantenuto forti legami con il partito comunista cinese, abbracciando (come il governo italiano di Giuseppe Conte) di recente progetti come la "Nuova Via della Seta", che serve al partito comunista cinese per estendere la sua influenza geo-strategica nel mondo. Tedros Adhanom è riuscito a diventare il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità nel 2017, con il forte sostegno del partito comunista cinese, nonostante sia stato accusato di aver occultato le epidemie di colera durante il suo mandato come ministro della sanità etiopica. Un focolaio di colera si diffuse nella regione nel 2007, colpendo migliaia di persone nei paesi vicini. Al momento dello scoppio dell’epidemia in Etiopia, il governo ribattezzò semplicemente l’epidemia e la definì "diarrea acuta", “Acute Watery Diarrhea” (AWD). Le organizzazioni internazionali furono messe sotto pressione per evitare che lo definissero colera (nonostante le Nazioni Unite avessero individuato il virus infetto), così come si intimò ai dipendenti pubblici di non rivelare il numero di infetti. Nel 2012 Tedros Adhanom fu nominato ministro degli Esteri e attuò immediatamente una repressione verso gli oppositori del governo, compreso un tentativo di estradare coloro che erano fuggiti in esilio nello Yemen. I due paesi avviarono anche negoziati per rintracciare e espellere i dissidenti dallo Yemen e imprigionarli in Etiopia. Tedros Adhanom stesso guidò questi negoziati, lo attesta anche una fotografia dei suoi colloqui avuti col ministro degli Esteri yemenita. Come ha fatto, perciò, un uomo con un curriculum come quello di Tedros Adhanom a diventare direttore dell’Organizzazione mondiale della sanità? In realtà è abbastanza semplice, l’Organizzazione mondiale della sanità stata coinvolta in numerosi scandali da diverso tempo. Di fronte ad aumenti di budget quasi irrilevanti negli anni Novanta, l’Organizzazione mondiale della sanità si rivolse al settore delle imprese per ottenere finanziamenti aggiuntivi e dal 2008 le donazioni delle imprese sono salite al 80% nel budget dell’organizzazione. Secondo la ricercatrice sanitaria Soniah Shah, il ruolo svolto dalle grandi aziende farmaceutiche nel definire la politica sanitaria globale ha creato gravi conflitti di interessi, perché mentre da un lato migliora l’immagine pubblica delle aziende, dall’altro favorisce i loro interessi finanziari. Il grave stanziamento scorretto di fondi da parte dell’organizzazione è stata resa più evidente nel 2016, quando si è constatato che l’Organizzazione mondiale della sanità spendeva $ 200 milioni all’anno in spese di viaggio, non includendo nemmeno quelle pagate dal paese ospitante. La Fondazione Bill & Melinda Gates ha svolto un ruolo importante nella promozione di Tedros Adhanom. Dopo i loro ingenti investimenti in programmi sanitari in Etiopia che Tedros Adhanom aveva facilitato, la fondazione desiderava promuovere programmi simili a livello globale e donò miliardi all’Organizzazione mondiale della sanità a tal fine. La nomina di qualcuno così profondamente non qualificato come Tedros Adhanom deve anche molto alla struttura labirintica del processo di nomina dell’Organizzazione mondiale della sanità. Il direttore è selezionato dal consiglio di amministrazione, che a sua volta è nominato da una minoranza a rotazione dell’Assemblea, composta da ministri della sanità nominati dai governi mondiali. L’Organizzazione mondiale della sanità ha quindi lo stesso problema di molte altre istituzioni globali, dove il direttore è un incaricato, emissario di qualcuno. Naturalmente i media di propaganda hanno ritratto Tedros Adhanom come una personalità venerabile, insignita di una missione etica, al fine di curare le malattie mortali del mondo. Lo slogan per la sua campagna elettorale su Twitter ripeteva che “è tempo che un africano guidi l’OMS”. Rebecca Myers, giornalista di spicco del Sunday Times, ha scritto in quell’occasione: "I diplomatici cinesi hanno condotto un’accesa campagna per l’etiope, usando le leve finanziarie di Pechino e il suo opaco sistema di aiuti finanziari per costruire un sostegno per lui tra i Paesi in via di sviluppo". Tedros Adhanom ha anche usato e strumentalizzato la debolezza dell’Occidente verso le accuse di "oppressione" e "discriminazione". Quando un consigliere del suo contendente britannico alla leadership dell’Organizzazione mondiale della sanità aveva stigmatizzato l’insabbiamento dell'epidemia del colera nell'Etiopia, lo ha accusato di avere una "mentalità coloniale". Alcune obiezioni hanno sottolineato che il direttore generale ha scarso potere sull’attuale politica dell’Organizzazione mondiale della sanità, però, ciò non tiene conto del fatto che l’organizzazione è accettata come autorità globale in materia di salute e consiglia i governi mondiali. La cattiva gestione dell’Organizzazione mondiale della sanità attraverso persone come Tedros Adhanom ha aggravato totalmente la pandemia globale di coronavirus. Tedros Adhanom non solo ha individuato tutte le opportunità per lodare la gestione della crisi da parte del partito comunista cinese, anche mentre i medici venivano arrestati e le persone blindate all’interno delle loro case; ha anche dato consigli completamente contraddittori. Prima di tutto affermando che i paesi non avrebbero dovuto limitare i viaggi da e verso la Cina per non fare discriminazione, per poi, subito dopo, rimproverarli per non aver fatto abbastanza per la prevenzione. In un mondo sano, invece di guidare un’organizzazione globale, Tedros Adhanom sarebbe processato presso il Tribunale penale internazionale, processato per i suoi crimini e, se ritenuto colpevole, dovrebbe passare il resto della sua vita in carcere. Tutto questo dovrebbe essere più che sufficiente a giustificare le critiche statunitensi nei confronti dell'Organizzazione mondiale della sanità. Invece, il segretario generale delle Nazioni Unite, il socialista portoghese Antonio Guterres, dopo avere saputo della decisione del Presidente Trump, ha obiettato quanto sia necessario mantenere "l’unità della comunità internazionale per lavorare insieme in maniera solidale per fermare il virus e le sue conseguenze". Insomma, questi socialisti europei così arrendevoli e cosi rinunciatari nel confronti della Cina comunista, sono quei politici e quei giornalisti socialisti e socialdemocratici (i quali, come diremo in un prossimo articolo, sono diffusi anche in Italia) che Vladimir Lenin definiva come "utili idioti dell'Occidente". Il Presidente Trump è invece un grande conservatore liberale risoluto che cancellato con poche mosse la debolezza di Barack Obama.
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domenica 3 maggio 2020
Perché in Italia nessuno confronta l’attuale pandemia con l’Asiatica nel 1957?
L'influenza asiatica fu una pandemia influenzale di origine aviaria, che negli anni 1957-60 fu causata da un virus isolato in Cina nel 1954. Perché nessun giornalista italiano e nessun uomo politico italiano sembra ricordarsene. Dovremmo pensare allora, che i giornalisti dei telegiornali, così come i ministri, i sottosegretari e l’intero governo italiano siano affetti da perdita di memoria? No, loro stanno tutti bene. Sono inossidabili. No, non ne parlano e non ne parleranno perché, assai semplicemente, perché l’Italia, in particolare, e l’Occidente, in generale, non aveva alcun rapporto commerciale ed economico con la Cina comunista. Dunque, nel 1957, il virus aveva attraversato assai lentamente i continenti e, non si è spostato rapidamente da un continente all’altro a bordo degli aerei. Per cui, l’Italia e l’Occidente (a differenza di quel che succede oggi) non ebbero alcun problema a controllare la pandemia. Non si aveva alcun rapporto con la Cina comunista grazie a quella benedetta divisione del mondo che si chiamava “Guerra fredda”. Alla luce di quel che succede oggi affermiamo: speriamo che ci sia una seconda Guerra fredda e che si alzi una nuova ed ancora più impenetrabile “Cortina di ferro”. Vorremmo una Cortina di ferro che proteggesse e difendesse il popolo italiano da ciò che sta succedendo adesso. Sicuramente il popolo italiano non sarebbe o recluso nelle case o vagante, come ombre mascherate, nelle città. Lo ribadiamo. Per noi la soluzione è soltanto una, ed è categorica: isolamento politico, commerciale ed economico della Cina comunista. Questo è il “distanziamento” che vogliamo.
Al caffè comunista preferiamo l’espresso nazionale
Lavazza, il marchio italiano, anzi torinese, del caffè, da due miliardi di fatturato, ha fatto un passo deciso verso la Cina comunista. Attratta dal mercato cinese per il consumo di quella che è una delle bevande caratteristiche dell’Italia: il caffè nero, l’espresso nazionale. La mossa, a dire il vero in preparazione da oltre un anno, è stata annunciata il 29 aprile 2020, con la firma a Shanghai di una joint venture (ossia, un contratto con cui due o più imprese si accordano per collaborare al fine del raggiungimento di un determinato scopo o all’esecuzione di un progetto) tra Yum China Holdings e il gruppo italiano che ha l'obiettivo di esplorare e di sviluppare il concept dei coffee shop Lavazza nel mercato della Cina comunista. L'alleanza è stata propiziata dalla consulenza dello studio legale Dentons, uno dei maggiori network legali al mondo, il principale Cina comunista, dove ha uffici in 45 città. Il progetto prende il via con l'apertura di un nuovo flagship store (ossia, un punto vendita, in parole semplici, un negozio) Lavazza a Shanghai. l’altro soggetto della partnership, cioè Yum China è cresciuta in maniera importante nel mercato cinese: nel 2019 i suoi marchi hanno venduto 130 milioni di tazzine di caffè nel paese comunista. Da tutto ciò è nata la decisione di Lavazza di allearsi Yun China. Ora, ci diranno che “gli affari sono affari”, però, ci sembra questa scelta, sia preparata da lungo tempo brilli per intempestività. Innanzitutto, perché in Italia l’epidemia causata dal coronavirus sta diffondendo pienamente i suoi effetti mortiferi. Epidemia questa che, lo ricordiamo, è nata nella Cina comunista, a Wuhan, ed è bene non scordarlo. E, a dirlo (a scanso di accuse di sinofobia che non starebbero né in cielo, né in terra: siamo visceralmente anticomunisti; non sinofobi) non siamo noi. Ad affermarlo è Joshua Wong, Il leader delle proteste anticomuniste a Hong Kong: “Siamo di fronte a una pandemia che avrà effetti devastanti sulla salute e l’economia globale. La speranza è che, almeno, getti luce sulla vera natura del governo cinese”. Perciò, al minimo, l’apertura del nuovo coffee shop Lavazza, a Shanghai, appare alla nostra sensibilità di anticoomunisti, come una pratica legittimazione del governo comunista cinese. E, ci sembra grave e triste, allo stesso tempo, visto che non solo il virus ha infettato tutta l’Europa (e si è fatto strada in Asia, America, Africa), ma, nel nel Vecchio Continente, è l’Italia a pagare il prezzo più alto. Ed è un prezzo tragicamente altissimo e, per più d’una ragione. La prima è, chiaramente, il numero dei contagi e delle vittime, secondo soltanto, appunto, alla Cina. Questo è il primo e fondamentale motivo, sia etico che politico, per cui ci sembra inopportuno, se non inaccettabile, l’apertura del flagship store Lavazza a Shanghai. Però, non è l’unico. Aggiungiamo che, a causa di quest’epidemia il nostro popolo, il popolo italiano è costretto alla reclusione domiciliare, alla disoccupazione forzata, al dover indossare quasi permanentemente una maschera sul volto. Sulle responsabilità gravissime sia del governo comunista cinese che del governo italiano di centro-sinistra ci diffonderemo (come sugli altri argomenti qui sfiorati) nei prossimi articoli. Quello che ribadiamo, in chiusura, è che, per le ragioni di cui sopra, la scelta di aprire un punto vendita del caffè Lavazza, a Shanghai, nel cuore della Cina comunista, è una decisione sbagliata. Come lo sono quelle di altre aziende italiane che disapproviamo: da Bonfiglioli a Bracco, a Piaggio. Come è sbagliata, alla luce della tragedia in cui gli italiani si dibattono, la frase pronunciata proprio ieri, il 30 aprile 2020, dall’ambasciatore italiano in Cina, Ferrari: “La Cina sarà il mercato di riferimento nel prossimo futuro”. E, il futuro del popolo italiano quale è, signor ambasciatore? Quello di vivere da povero disoccupato? Quello d’essere relegato in casa? Quello di vagare bardato in città semi-deserte? Noi non lo accettiamo. Noi il caffè made in China, non lo vogliamo. Vogliamo l’espresso esclusivamente nazionale.
Le mascherine, la Cina e la giacca di Mao Zedong
Gli esponenti del governo di centro-sinistra presieduto da Giuseppe Conte (in quota Movimento Cinque Stelle) affermano che con le mascherine gli italiani dovranno conviverci. E non solo per qualche settimana. Perciò, l’oggetto simbolo della pandemia di coronavirus rischia di diventare parte della quotidianità. Lo dice Pierpaolo Sileri, il viceministro alla Salute anche lui in quota M5S. Il quale, dice: “Dovremo investire in educazione, abituarci all’uso delle mascherine, che sono in arrivo. Ne serviranno milioni”. E poi ancora: “bisognerà convivere con il virus e con il distanziamento sociale fino al vaccino”. Se è vero, come va dicendo buona parte della comunità scientifica internazionale, che di un vaccino non si parla prima di sei mesi-un anno, allora gli italiani devono davvero mettere in conto di fare della mascherina una compagna fissa, almeno per i prossimi mesi, della loro quotidianità. Né sono migliori le previsioni del medico-viceministro sul primo, parziale allentamento della quarantena. Si potrà uscir di casa, con le dovute giustificazioni, “dopo il 4 maggio”, ma con il rischio di un pronto rientro a casa se riscresceranno i contagi. Tant’è che sia gli esponenti del governo che i cosiddetti “esperti” ammettono che è possibile il verificarsi di nuovi focolai. Mentre, Roberto Burioni, virologo dell’Università San Raffaele Vita-Salute e star del web, ha sentenziato senza dubbi ai microfoni di Adnkronos Salute: “Nei prossimi mesi dovremo girare tutti con le mascherine”. aggiungendo che “saranno presidi fondamentali nei prossimi mesi”. Non si riferisce solo alle mascherine Ffp2 e Ffp3, dotate di una valvola e assai poco reperibili sul mercato. Ma, anche, sempre secondo Burioni, le mascherine chirurgiche usate da infermieri e pazienti sono un antidoto contro il Covid-19, “ostacolano tantissimo la sua diffusione”. Dunque, di lasciare a casa la mascherina per ritornare all’aria aperta neanche se ne parla. Perciò, ha spiegato il ministro degli Esteri Luigi Di Maio: l’Italia ha bisogno di 90 milioni di mascherine, al mese. E, infatti da settimane è in corso un lavoro frenetico per recuperare forniture dall’estero con la regia della Farnesina, della Protezione civile di Angelo Borrelli e la struttura del commissario Domenico Arcuri. A questo proprosito il governo Conte ha stipulato,tra la fine del marzo 2020 e l’inizio di aprile, una commessa da 180 milioni di mascherine dall’azienda cinese Byd che è costata 209,5 milioni di euro. La Byd (acronimo di Build your dreams) è il settimo costruttore automobilistico cinese ed è specializzata nelle auto elettriche. Da tre mesi però ha avviato una radicale riconversione della sua produzione, divenendo il primo produttore al mondo di mascherine contro il coronavirus. A lavorare per il contratto del governo italiano con la Byd sarebbero stati in particolare l’ambasciatore italiano in Cina Luca Ferrari (del quale abbiamo già accennato a proposito dei rapporti economici tra l’Italia e la Cina comunista) e il suo predecessore Ettore Sequi, oggi capo di gabinetto della Farnesina, sotto la regia dello stesso ministro degli Esteri. Chiaramente, Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, per parte sua, ha difeso la linea della Farnesina. “Non è il momento delle polemiche perché senza acquisti dall’estero sarebbe impossibile fronteggiare il nostro fabbisogno di oltre 100 milioni di mascherine al mese”. Si deve anche affermare che spesso quelli che in realtà sono acquisti del governo Conte sono stati indicati da una parte della stampa e dei telegiornali come “donazioni”. Il caso delle forniture cinesi ha fatto particolare rumore non solo perché a queste è stata data particolare risonanza, con una imponente campagna dei media di Stato cinesi. Funziona così il sistema comunista cinese. Prima gestisci malissimo un’epidemia che si diffonde e diventa pandemia. Poi racconti di essere un modello per la lotta contro il virus e ti premuri di esportare il virus stesso in tutto il mondo in una maniera tale da meritare un’emarginazione internazionale (e, persino, affermiamo noi, una revoca del seggio al Consiglio di Sicurezza alle Nazioni Unite) . E, dopo, vendi mascherine per proteggersi dell’infezione a caro prezzo: 209,5 milioni di euro. Successivamente, dopo l’azione dei tuoi media di regime, ti avvantaggi della propaganda degli organi di stampa e televisivi italiani infeudati al centrosinistra al governo. A uso e consumo della propaganda di Pechino, decisa a sfruttare la pandemia per ripulirsi coscienza e immagine prima, per invadere un Italia in crisi economica con le sue esportazioni. Non vorremmo, insomma, che insieme alle mascherine, agli italiani venisse fatta indossare anche la giacca verde di Mao Zedong, simbolo del comunismo cinese. Ed è un simbolo mai veramente dismesso. L’attuale presidente Xi Jinping l’ha solo fatta tingere di blu e vi ha aggiunto il bavero e lacravatta. Infine un’impressione, ovviamente non suffragata da alcun elemento concreto: in quest’insistenza sulle mascherine e sui guanti quanto è importante l’aspetto commerciale con la Cina comunista? A noi non piacciono né le casacche verdi maoiste, né quelle rosse sovietiche.
L’Italia è alleata di uno stato – canaglia comunista
Innanzitutto, spieghiamo che cos’è uno stato – canaglia. Stato canaglia ("rogue state") è un'espressione utilizzata da alcuni teorici anglosassoni di scienze politiche all'inizio del XXI secolo per riferirsi a taluni Stati considerati una minaccia al resto del mondo. Il significato base del termine rogue è quello di "persona senza princìpi, inaffidabile". Nel linguaggio politico di lingua anglosassone, "rogue state" esplicita questa condizione di stato che è giusto tenere ai margini dalla comunità. Un "rogue state" è uno Stato che deve essere isolato dalla comunità internazionale degli Stati. Il termine "canaglia" è una libera interpretazione italiana che dell'inglese "rogue" sottolinea soprattutto l'aspetto di disonestà del soggetto cui si applica. "Canaglia" in italiano si può definire come "malvagio". Il concetto implica alcuni criteri distintivi, come il fatto di avere una forma di governo totalitaria che intraprenda azioni in aperta violazione dei diritti umani, il fatto di sponsorizzare il terrorismo e la tendenza a mettere a rischio l’esistenza degli altri popoli. Non ci interessa, particolarmente, conoscere se questa pandemia sia nata da una scarsissima igiene alimentare cinese (alcuni dei contagiati a Wuhan erano collegati al mercato dell’umido e degli animali, mentre alti non lo erano) o se sia un frutto avvelenato degli errori dei loro scienziati. Un paese che prima nasconda un’epidemia e poi non fornisca sufficienti informazioni sulla gravità dell’epidemia stessa è uno stato – canaglia. Guardiamo agli eventi. Nel novembre del 2019, il 17, viene registrato il primo caso di contagio accertato da COVID-19: si tratta di un cinquantacinquenne della provincia dello Hubei. Inizialmente il virus non è stato riconosciuto come un nuovo tipo di coronavirus e la notizia è stata divulgata dal governo cinese solamente il 13 gennaio 2020. Al di là che il virus sia stato riconosciuto oppure no come un nuovo tipo ci coronavirus non modifica la sostanza del discorso Soltanto l’aver atteso quasi due mesi per diffondere la notizia qualifica la Cina comunista come uno stato – canaglia. Procediamo negli eventi. Il 1° dicembre del 2019, il primo paziente noto inizia a manifestare i sintomi. E, nello stesso mese, dall’8 al 18 vengono registrati sette casi successivamente diagnosticati come un nuovo coronavirus. Però, è soltanto il 12 gennaio 2020 che l'emittente televisiva statale cinese CCTV ha riferito in una trasmissione del 12 gennaio 2020 che "un nuovo focolaio virale è stato rilevato per la prima volta nella città di Wuhan, in Cina, il 12 dicembre 2019.". Arriviamo al 31 dicembre 2019, quando l'Organizzazione mondiale della sanità viene informata dalle autorità cinesi di una serie di casi simili alla polmonite nella città di Wuhan, con origine probabile da un mercato di pesce e animali della città stessa. Però, è soltanto il 26 gennaio 2020 che l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) rettifica il proprio documento in merito al virus e, alza il livello di pericolosità della Cina a "Molto Alto". Gli avvenimenti sono, dunque, impietosi sia per la Cina comunista che per l’Organizzazione mondiale della sanità. non è pensabile che gli scienziati di Pechino non abbiano valutato con attenzione le eventuali conseguenze di una sua possibile diffusione fuori dai confini cinesi. Non è possibile che non abbiano valutato la possibilità che quel tipo particolare di coronavirus potesse trasformarsi in una pandemia. Vediamo ancora. L’atteggiamento gravissimo sia della Cina comunista che dell’Organizzazione mondiale della sanità causa effetti deleteri riguardo allasoglia d’attenzione nei riguardi del coronavirus. Infatti, il 17 gennaio 2020 Il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC) pone il livello di rischio circa la possibilità che il virus raggiunga l'Europa solo a "moderato". Vengono stabiliti soltanto dei controlli negli aeroporti internazionali. Ed è soltanto il 22 gennaio 2020 che l governo comunista cinese mette in quarantena la città di Wuhan (con una popolazione di 11 milioni di persone), espandendo successivamente la misura a quasi tutta la provincia di Hubei, raggiungendo le 60 milioni di persone in quarantena. Così come è solo il 23 gennaio 2020 che le autorità di Wuhan decidono di chiudere l'aeroporto. Mentre, con un immenso, colpevole, ritardo l'OMS, il 30 gennaio 2020, in una conferenza straordinaria di aggiornamento sullo stato della sanità globale in merito al virus che prende il nome di 2019-nCoV ARD, dichiara ufficialmente tale virus un rischio per la salute pubblica. Da questo momento, la seconda parte della vicenda della pandemia del di COVID-19 è la storia dei morti e dei contagiati a livello mondiale. Mentre, per noi italiani, è la storia del calvario e del martirio della nostra Patria. Calvario e martirio di cui il colpevole è il governo comunista cinese, è lo stato – canaglia della repubblica pèopolare. Dunque, se uno stato deliberatamente compie atti in modo da danneggiare un intero popolo commette un atto d’aggressione. Milioni di persone rinchiuse in casa, milioni di disoccupati, milioni di uomini e donne trasformati in ombre mascherate, migliaia di morti, l’economia italiana allo sbando, distrutta, sono decisamente un atto d’aggressione contro l’Italia. Evitare deliberatamente – per meri interessi economici – di avvisare il mondo del rischio di una devastante pandemia è un atto d’aggressione. Perciò, la Cina comunista è uno stato – canaglia. La Cina comunista non è affatto la salvatrice del mondo (come cercano di dimostrare i telegiornali e i quotidiani che prendono per oro colato le “veline” del governo italiano di centrosinistra, amico fraterno di Pechino) ma è quel paese che con il suo comportamento criminale ha condannato l’Italia e il suo popolo a questo flagello. Invece vediamo il leader cinese, il governo comunista cinese, vantarsi di aver sconfitto il virus mortale, lo sentiamo usare decine di migliaia di morti per fare una raggelante propaganda sulle qualità tecnologiche cinesi. La Cina comunista dovrebbe risarcire ogni paese colpito dall’epidemia, dovrebbe essere esclusa dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ed il suo seggio dovrebbe essere riassegnato a Formosa, dovrebbe essere impedito alle imprese italiane di delocalizzare in Cina, dovrebbero essere congelati i beni della repubblica popolare in Occidente fino al completo recupero dei danni. E, pensiamo che, purtroppo, in Italia c’è chi ringrazia la Cina per le mascherine e per gli “esperti”; ed è anche pronto a a commerciare nuovamente con Pechino. L’Italia non può, non deve far finta di niente, non può e non deve mantenere le relazioni con la Cina comunista per rispetto alle vittime della pandemia. Sarebbe troppo facile per i comunisti cinesi, troppo facile distruggere l’economia italiana per poi magari acquisire aziende in fallimento nel nostro Paese.
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