La maschera per il viso imposta dalle autorità politiche italiane contro il Covid-19 è diventata, negli Stati Uniti, molto di più di un presidio medico. È un simbolo di responsabilità civile per Nancy Pelosi, la speaker democratica della Camera dei rappresentanti statunitense, mentre per i repubblicani è il simbolo di uno Stato invadente e irrispettoso delle libertà individuali. Il presidente Donald Trump ha di recente visitato una fabbrica in Arizona e ha rifiutato di indossare una maschera, così come il suo vice Mike Pence non l'ha messa in Minnesota. Un recente sondaggio The Associated Press-Norc Center for Public Affairs Research indica il 76% dei democratici inclini a indossare la maschera quando escono di casa contro il 59% dei repubblicani. Politico argomenta che la maschera è "in linea con chi ha una visione collettivistica del mondo, opposta a chi crede nell'individualismo". La conduttrice televisiva di destra, Laura Ingraham, considera le maschere coem un "tentativo di controllo sociale su larghe fette della popolazione". E' una questione che dovremmo valutare attentamente anche qui in Italia. E' vero che, la mascherina è, in linea generale, uno strumento medico per tutelare la salute. Però, nell'insistenza del governo presieduto da Giuseppe Conte, del PD, del Movimento Cinque Stelle c'è un eccesso di fanatismo. Hanno diviso la popolazione italiana in "bravi" (quelli che indossano sempre e comunque le maschere) e "cattivi" (quelli che non le indossano). Puntando, magari, a porre le basi per instaurare in Italia un sistema illiberale di società e di stato, sul modello di quelli comunisti cinesi. Gli italiani dovrebbero fare capire a questi fanatici della mascherina, scrivendoglielo sui social networks, che, se mettono misure di sicurezza scarsamente rispettose delle libertà individuali e frenanti della ripresa economica (saremmo curiosi di conoscere chi è che andrà in un ristorante per una cena romantica bardato con guanti e mascherina, come in una camera operatoria?), non verranno rivoltati.
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lunedì 18 maggio 2020
No alle mascherine: sono il simbolo del controllo sociale
La maschera per il viso imposta dalle autorità politiche italiane contro il Covid-19 è diventata, negli Stati Uniti, molto di più di un presidio medico. È un simbolo di responsabilità civile per Nancy Pelosi, la speaker democratica della Camera dei rappresentanti statunitense, mentre per i repubblicani è il simbolo di uno Stato invadente e irrispettoso delle libertà individuali. Il presidente Donald Trump ha di recente visitato una fabbrica in Arizona e ha rifiutato di indossare una maschera, così come il suo vice Mike Pence non l'ha messa in Minnesota. Un recente sondaggio The Associated Press-Norc Center for Public Affairs Research indica il 76% dei democratici inclini a indossare la maschera quando escono di casa contro il 59% dei repubblicani. Politico argomenta che la maschera è "in linea con chi ha una visione collettivistica del mondo, opposta a chi crede nell'individualismo". La conduttrice televisiva di destra, Laura Ingraham, considera le maschere coem un "tentativo di controllo sociale su larghe fette della popolazione". E' una questione che dovremmo valutare attentamente anche qui in Italia. E' vero che, la mascherina è, in linea generale, uno strumento medico per tutelare la salute. Però, nell'insistenza del governo presieduto da Giuseppe Conte, del PD, del Movimento Cinque Stelle c'è un eccesso di fanatismo. Hanno diviso la popolazione italiana in "bravi" (quelli che indossano sempre e comunque le maschere) e "cattivi" (quelli che non le indossano). Puntando, magari, a porre le basi per instaurare in Italia un sistema illiberale di società e di stato, sul modello di quelli comunisti cinesi. Gli italiani dovrebbero fare capire a questi fanatici della mascherina, scrivendoglielo sui social networks, che, se mettono misure di sicurezza scarsamente rispettose delle libertà individuali e frenanti della ripresa economica (saremmo curiosi di conoscere chi è che andrà in un ristorante per una cena romantica bardato con guanti e mascherina, come in una camera operatoria?), non verranno rivoltati.
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giovedì 14 maggio 2020
Il Dragone divora i bar e i ristoranti, agevolato dalle misure di sicurezza impossibili
Il commercio cinese prende sempre più piede in Europa, diffondendosi a macchia d’olio e piegando la ristorazione tradizionale: chiudono i bar tradizionali di Venezia. Dopo l'eccessiva chiusura forzata, arrivano delle misure di sicurezza impossibili, approntate dal pomposamente definito "Comitato tecnico - scientifico", dall'Istituto Superiore di Sanità e dall'Inail (Istituto Nazionale per l'Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro), i quali ne capiscono di sanità, però non ne capiscono affatto di economia e di mercato. Però, la colpa non è di queste istituzioni; che, effettivamente, non sono tenute a capirne di economia e di mercato. La colpa è del governo Conte e dei ministri. Loro sì che sono tenuti a capirne. Infatti, già la chiusura aveva costretto al fallimento alcune piccole realtà della ristorazione. Però, adesso, le nuove misure a base di disinfezioni, sanificazioni, distanziamenti, divisori in plexiglas, mascherine (qualcuno ha inventato persino una maschera con tanto di cannuccia per consentire di bere e, forse, chissà, di nutrirsi di soli liquidi, senza levarsela) e guanti causano e causeranno un'ondata di fallimenti di attività a gestione familiare che non riescono e n on riusciranno più a tirare avanti. A prendere il posto di questi gestori, sono i cinesi, con una faccia di bronzo che lascia sbalorditi visto lo scandaloso comportamento del governo comunista; prima, durante e dopo la pandemia. Comportamento che include anche il dare pareri e lezioni non richieste. Un esercente cinese così parlava al Corriere del Veneto: “La Cina ha usato un metodo rigidissimo per l’isolamento della popolazione. Qui invece si consiglia la mascherina solo a chi è ammalato e noi, che veniamo da una cultura in cui la si mette anche per evitare un banale raffreddore, non ne capiamo il motivo.“. Noi, invece, capiamo che, evidentemente, la democrazia non fa parte della "loro cultura", quella comunista. L'Italia è e deve restare una democrazia; non abbiamo bisogno né di pareri, né di lezioni da uno stato e da un governo comunisti; non ci piacciono nemmeno quei "sinistrorsi" piddini e pentastellati che vorrebbero imitare lo stato comunista cinese; e non vogliamo che venga imposta la museruola a nessuno. Però, c'è di più. Indubbiamente, le nuove misure di sicurezze sono delle direttive partorite da scienziati chiusi nell'idea della sicurezza più assoluta e completamente avulsi dalla realtà economica del Paese. Però, un governo degno di questo nome dovrebbe respingerle queste misure. E, l'attuale governo non è estraniato dalla realtà. Allora, ci diciamo, perché le accetta? Non sarà che, dopo la regolarizzazione degli immigrati, promossa dalla ministra delle politiche agricole alimentari e forestali,Teresa Bellanova (in quota al movimentino renziano Italia Viva), ci sarà la concessione del diritto di voto agli immigrati residenti? E, non sarà che i partiti del centrosinistra (PD, M5S, Italia Viva, Liberi e uguali) pensano alle comunità cinesi come prossimo serbatoio di voti? E, non sarà che i partiti del governo auspichino, magari, l'acquisto massiccio di bar e ristoranti da parte delle comunità cinesi finanziate dal Dragone comunista? Sicuramente, sono soltanto delle ipotesi, almeno per il momento. Però, potrebbe essere uno scenario realistico. Tutto ci lascia pensare di sì.
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mercoledì 13 maggio 2020
Ecco come funziona la “piovra” cinese
di Graziano Davoli
La pandemia da COVID-19 ha risvegliato una parte di Occidente dal sonno eterno che ha impedito di distinguere gli alleati dagli avversari. Pochi leader coraggiosi hanno tirato giù il drappo che nascondeva al mondo l’immagine del Partito Comunista Cinese. Una mole smisurata, lunghi tentacoli che penetrano in ogni anfratto di realtà. Questa creatura l’anno prossimo compirà 100 anni, una manciata di sabbia al cospetto della storia, che è bastata ad alcuni studenti universitari per creare una vera e propria macchina burocratica. Il PCC si presentava inizialmente come aperto e flessibile, il suo sguardo era rivolto alle masse contadine, bastava giurare fedeltà alla causa rivoluzionaria e contribuirvi attivamente per entrarne a far parte. La mutazione cominciò con la nascita della Repubblica Popolare Cinese nel 1949, all’interno del partito sorsero gli “intellettuali” ai quali era richiesto semplicemente di conoscere alla perfezione i principi del “Libretto rosso”. Nel 1978 Deng Xiapoing attuò alcune riforme economiche che aprirono il paese all’economia di mercato, gli “intellettuali” si trasformarono in “tecnocrati”. La leadership di Jiang Zemin trasformò il PCC nella piovra che conosciamo oggi. La cosiddetta dottrina delle tre rappresentanze permise al partito di affondare i propri tentacoli nella filiera produttiva; nel mondo della cultura dando al marxismo una dimensione nazionale ma soprattutto nella vita dei cinesi che non avrebbe più lasciato. Gli scandali che portarono al potere Xi Jinping permisero al partito di rafforzare le proprie spire, lo studio delle teorie marxiste venne imposto negli atenei universitari e vennero istituite alcune attività “ricreative” (ovviamente obbligatorie) legate al cosiddetto “turismo rosso”. Il PCC è l’unico vero ascensore sociale per i giovani cinesi che aderendovi possono accedere a professioni meglio retribuite, proprio per questo chi desidera entrarvi è sottoposto ad una rigorosa selezione. Occorre presentare domanda all’unità locale e deve essere scritta rigorosamente a mano per dimostrare buona volontà. Successivamente i candidati vengono formati dalle organizzazioni giovanili per diventare membri. Dopo un anno di formazione il candidato deve ricevere il sostegno di due membri ufficiali, si trova così ad affrontare un periodo di prova nel quale partecipa alle riunioni senza votare. Viene dunque “educato”dai gruppi di partito fino al giuramento. Comincia la scalata ai vertici. Attualmente il partito conta all’incirca 90 milioni di membri, tuttavia pochissimi ascendono al Congresso Nazionale, l’unica forma di democrazia interna. I suoi membri si riuniscono ogni cinque anni a Pechino e hanno il compito di deliberare le linee guida del partito, di eleggere gli organi superiori, di rinnovare la costituzione e di approvare il rapporto politico del leader uscente. Chi si distingue all’interno del Congresso Nazionale entra a far parte del Comitato Centrale che si riunisce una volta all’anno in sessione plenaria. Le sessioni sono in tutto sette. La prima esprime gli organi principali: Politburo, Comitato Permanente e Segretario Generale. La seconda si occupa delle nomine di stato. La terza decreta le riforme economiche. La quarta determina la governance. La quinta rinnova i piani quinquennali. La sesta si occupa del rinnovo dell’apparato ideologico. La settima approva gli emendamenti allo statuto del PCC. Il Comitato Centrale elegge i 25 membri del Politburo, il centro decisionale, che si riunisce ogni due mesi. Il Comitato Permanente del Politburo ha pari importanza. I suoi sette membri vengono eletti ogni cinque anni e si riuniscono una o due volte alla settimana. Le decisioni al suo interno devono essere unanimi. Infine vi è il Segretario generale che ricopre il ruolo di presidente della Repubblica Popolare Cinese e della Commissione militare centrale. Non stupisce l’amore disperato del governo per Pechino. Il suo azionista di maggioranza possiede una struttura simile. Un capo indiscusso ai vertici che fa il bello e il cattivo tempo attraverso una piattaforma online, unico barlume di democrazia interna offuscato da continui problemi sistemici ogni volta che si vota in difformità con la linea ufficiale.
Fonte: L'Occidentale
giovedì 7 maggio 2020
Il M5S mette l'Italia nelle mani della Cina comunista
Cominciamo con il dire che a causa dell'azione politica e geopolitica del governo presieduto da Giuseppe Conte (e di cui è un protagonista importante il Movimento Cinque Stelle), l'Italia è adesso un problema politico e strategico. L'Italia si sta dimostrando, appunto, il ventre molle dell'Occidente. Però, facciamo un passo indietro al 2018. Quando il presidente comunista cinese, Xi Jinping, ha rimesso in auge un’organizzazione, il Fronte Unito. è un fronte popolare di partiti minoritari, guidati dal partito comunista cinese. Oltre al partito comunista cinese, comprende otto partiti minori e la Federazione dell'Industria e del Commercio di tutta la Cina. È gestito dal Dipartimento del Lavoro del Fronte Unito (in cinese: 中共中央 统战部) del Comitato centrale del Partito Comunista Cinese. Il Fronte Unito è rappresentato insieme ad altre organizzazioni come sindacati, organizzazioni femminili e giovanili, ecc. nella Conferenza politica consultiva del popolo cinese. La sua attuale capo dipartimento è You Quan. Il Fronte Unito non ha alcun potere reale indipendente dal partito comunista cinese. I suoi leader sono per lo più selezionati dal partito comunista cinese, o sono essi stessi membri del partito comunista cinese. I partiti membri sono quasi completamente sottomessi al partito comunista cinese e devono accettare il suo "ruolo guida" come condizione per loro esistenza. Gli organismi che fanno parte del Fronte Unito sono:
Comitato Rivoluzionario del Kuomintang (中国国民党革命委员会(ZH) )
Lega Democratica Cinese (中国民主同盟(ZH) )
Associazione di Costruzione Nazionale Democratica della Cina (中国民主建国会(ZH) )
Associazione Cinese per la Promozione della Democrazia (中国民主促进会(ZH)
Partito Democratico Cinese dei Contadini e dei Lavoratori (中国农工民主党(ZH)
Partito della Cina per l'Interesse Pubblico (中国致公党(ZH) )
Società 3 Settembre (九三学社(ZH) )
Lega Autogovernativa e Democratica di Taiwan (台湾民主自治同盟(ZH) )
Federazione dell'Industria e del Commercio di tutta la Cina (Zhonghua Quanguo Gongshangye Lianhehui)
L'unica ragione d'esistenza del Fronte Unito è nell'ingannare gli osservatori occidentali, dandogli una falsa idea di pluralismo, facendogli credere che la Cina non sia più uno stato comunista ed a partito unico. Il Fronte Unito è, unicamente, un apparato di propaganda diretto verso l'estero e finalizzato a convogliare il consenso dei politici e dei giornalisti socialisti e socialdemocratici occidentali. Il Fronte Unito ha risorse finanziarie illimitate, ha arruolato simpatizzanti in tutto il mondo in molti ambienti, dagli accademici ai giornalisti e ai politici. Questa rete fa sì che, quando viene criticata la Cina comunista, ci siano sempre accademici, anche in campo medico, e giornalisti anche autorevoli pronti a difendere la Cina, anche con articoli che dicono “non è il momento di fare polemiche o fare accuse, bisogna lavorare uniti” (non vi ricordano gli analoghi "appelli" di Conte, di Nicola Zingaretti, di Luigi Di Maio rivolti all'opposizione di centrodestra?). Una parte importante di questo apparato è stata dispiegata all’ONU, dove vale il principio che un voto vale uno. Cioè Andorra conta quanto gli Stati Uniti. Pechino ha legato a sé a paesi suoi debitori, soprattutto in Africa, che, come si dice, tiene per il collo e che votano come la Cina con la Cina. Ha stretto alleanze con governi che vanno dalla Russia al Venezuela e alla Siria, che votano con la Cina. Si è assicurata, come abbiamo già visto, un comunista etiope come presidente dell’Organizzazione mondiale della sanità. Verso l'Italia la Cina comunista ha dispiegato una decisa azione di propaganda, trovando sponde politiche nel Movimento Cinque Stelle, nel Partito Democratico di Zingaretti e nel partito di Matteo Renzi, Italia Viva. Sappiamo che, ad esempio Renzi, è andato in Cina. Non solo ci sono giornalisti italiani, ma anche accademici sempre pronti a difendere la Cina comunista. In Australia, dove si è andati a fondo, si sono scoperti molti scienziati che sono a Pechino. In Italia c’è stata e c'è una penetrazione nel mondo politico senza eguali tra i grandi paesi occidentali. Pensiamo alle cene, a novembre del 2019, di Beppe Grillo con l’ambasciatore di Pechino a Roma Li Junhua. Alle lodi che sempre Grillo fa al governo comunista cinese ogni volta che può sul suo blog. Alle visite che il ministro degli esteri Di Maio ha fatto in Cina. La comunione d’intenti tra il M5S e la Cina comunista è impressionante: il M5S (così come il governo presieduto da Conte), infatti, prende a modello organizzativo e politico il governo comunista di Xi Jinping. Sul blog grillino era stato pubblicato un articolo nel quale i centri di rieducazione attraverso il lavoro dello Xinjiang, dove sono stati incarcerati senza processo 1,8 milioni di persone di etnia uiguri, sono stati definiti "centri di formazione professionale". Anche per quel che riguarda le proteste di Hong Kong, il M5S si è dimostrato un fedele alleato del partito comunista cinese. Infatti, il ministro Di Maio aveva affermato che "noi in questo momento non vogliamo interferire nelle questioni altrui e quindi, per quanto ci riguarda, abbiamo un approccio di non ingerenza nelle questioni di altri Paesi". Però, ad essere importante, è soprattutto una lettera aperta al Fatto Quotidiano scritta da un esponente di punta del M5S: Alessandro Di Battista. L’Italia – osserva Di Battista – vanta “un rapporto privilegiato con Pechino che, piaccia o non piaccia, è anche merito del lavoro di Di Maio”. Di Battista aggiunge che il prossimo futuro riserverà mutamenti epocali degli equilibri internazionali: “la Cina vincerà la terza guerra mondiale senza sparare un colpo”. La Cina, prosegue Di Battista, uscirà meglio di ogni altra potenza dalla crisi covid-19, anche sotto il profilo dell’immagine: “la Cina ha utilizzato al meglio il soft power, è riuscita a trasformare la sua immagine da untore ad alleato”. Una tattica come questa evocata dall’esponente M5S trasforma l’Italia nel cavallo di Troia della Cina comunista in Europa. Oltre che una strumentalizzazione indifendibile è, questo, un grave ridimensionamento per l’Italia, che diventerebbe pedina del governo comunista cinese nel quadro dei giochi politici in Occidente. Appare sinistra, in questo senso, l’asserzione di Di Battista secondo cui “la Cina vincerà la terza guerra mondiale”, in quanto ila Cina mira a stabilire sull'Italia una forma di dominio, si propone di imporvi il proprio modello politico e sociale. Si allude anche, probabilmente, all’idea di vendere parte del debito pubblico italiano alla Cina comunista e di fatto si prospetta la trasformazione dell’Italia in una colonia cinese. Tenuto conto di questa circostanza, appare grave che il M5S guardi a Pechino come punto di riferimento. Era dal crollo dell’Unione Sovietica che una forza politica italiana non guardava ad uno stato - canaglia comunista come modello e alleato. Questa infatuazione del M5S per il “modello Cina” costituisce una grave regressione del livello della politica italiana cui noi anticomunisti guardiamo con preoccupazione.
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